Gabriele Romanato

Noam Chomsky

LINGUAGGIO E MENTE

Contributi linguistici allo studio della mente (il futuro)

Nel discutere il passato ho fatto riferimento alle due maggiori tradizioni che, nel loro modo assai distinto e separato, hanno arricchito lo studio del linguaggio. E nella mia ultima conferenza ho cercato di dare alcune indicazioni sugli argomenti che sembrano oggi all'immediato orizzonte, allorché comincia a prendere forma una sorta di sintesi di grammatica filosofica e di linguistica strutturale. Ciascuna delle maggiori tradizioni di studio e di speculazione che io usavo come punto di riferimento era associata con un determinato approccio caratteristico ai problemi della mente. Possiamo dire, senza travisamento, che ciascuna si è evoluta come una specifica branca della psicologia del suo tempo, alla quale diede un distintivo contributo.

Può sembrare alquanto paradossale parlare di linguistica strutturale in questo modo, dato il suo anti-psicologismo militante. Ma il paradosso si riduce quando prendiamo nota del fatto che questo anti-psicologismo non è meno vero di gran parte della stessa psicologia contemporanea, in particolare di quelle branche che fino a pochi anni fa monopolizzavano lo studio dell'uso e dell'acquisizione del linguaggio. Dopo tutto viviamo nell'era della "scienza comportamentale", non della "scienza della mente". Non voglio dare eccessivo peso ad un'innovazione terminologica, ma ritengo che vi sia un significato nella disinvoltura e nella compiacenza con cui il pensiero moderno sull'uomo e la società accetta la denominazione di "scienza comportamentale". Nessuna persona equilibrata ha mai dubitato del fatto che il comportamento fornisce gran parte delle prove per questo studio - ogni prova, se interpretiamo "comportamento" in senso sufficientemente esteso. Ma il termine "scienza comportamentale" suggerisce un non così sottile spostamento dell'enfasi verso la prova stessa, e lontano dai principi basilari più profondi e dalle astratte strutture mentali che possono essere illuminate dalla prova del comportamento. » come se la scienza naturale dovesse essere denominata "scienza del contatore". Infatti cosa ci aspetteremmo dalla scienza naturale in una cultura che fosse soddisfatta di accettare questa definizione per le proprie attività?

La scienza comportamentale si è molto preoccupata di dati e di organizzazione dei dati, ed è anche stata vista come una sorta di controllo del comportamento. L'anti-mentalismo in linguistica e nella filosofia del linguaggio si conforma a questo cambio di orientamento. Come ho accennato nella mia prima conferenza, credo che uno dei maggiori contributi indiretti della moderna linguistica strutturale risulti dal suo successo nel rendere esplicite le ipotesi di un approccio ai fenomeni del linguaggio in senso anti-mentalistico, completamente operazionale e comportamentalista. Estendendo questo approccio fino ai suoi limiti naturali si pongono le basi per una definitiva dimostrazione dell'inadeguatezza di un tale approccio ai problemi della mente.

Più in generale ritengo che il significato a lungo raggio dello studio del linguaggio stia nel fatto che in questo studio è possibile dare una formulazione relativamente precisa e chiara di alcune delle questioni centrali della psicologia e apportare una gran quantità di prove per appoggiarli. C'è di più: al momento lo studio del linguaggio è unico nella combinazione di ricchezza di dati e sentimenti che offre alla precisa formulazione di problemi di base.

Naturalmente sarebbe sciocco cercare di predire il futuro della ricerca, e si intenderebbe che io non voglia che il sottotitolo di questa conferenza sia preso seriamente. Nondimeno è semplice supporre che il maggior contributo dello studio del linguaggio consisterà nella comprensione che può fornire al carattere dei processi mentali e delle strutture che essi formano e manipolano. Perciò invece di speculare sul probabile corso della ricerca sui problemi che oggi vengono focalizzati, mi concentrerò qui su alcuni dei problemi che sorgono quando cerchiamo di sviluppare lo studio della struttura linguistica come capitolo della psicologia umana.

È abbastanza naturale aspettarsi che un interesse per il linguaggio resterà centrale per lo studio della natura umana come lo è stato in passato. Chiunque sia interessato allo studio della natura umana e delle capacità umane deve in qualche modo affrontare il fatto che tutti i normali esseri umani acquisiscono il linguaggio, laddove l'acquisizione di anche solo i suoi semplici rudimenti è ben al di là delle capacità di una scimmia altrimenti intelligente - un fatto che è stato enfatizzato, abbastanza correttamente, nella filosofia cartesiana. Si è ampiamente discusso del fatto che i moderni studi estesi della comunicazione animale mettono in discussione questa visione classica, ed è quasi universalmente accettato che esiste un problema di spiegare l' "evoluzione" del linguaggio umano da sistemi di comunicazione animale. Tuttavia un cauto sguardo ai recenti studi sulla comunicazione animale mi sembra fornire un certo supporto a queste supposizioni. Piuttosto questi studi rivelano ancor più chiaramente la misura con cui il linguaggio umano sembra essere un fenomeno unico, senza significative analogie nel mondo animale. Se le cose stanno così, è quasi inutile sollevare il problema di spiegare l'evoluzione del linguaggio umano da sistemi più primitivi di comunicazione che appaiono a livelli inferiori di capacità intellettuale. La questione è importante, e vorrei soffermarmici un momento.

La supposizione secondo cui il linguaggio umano si sia evoluto da sistemi più primitivi è sviluppata in modo interessante da Karl Popper in una sua conferenza pubblicata da Arthur Compton, "Nuvole e orologi". Egli cerca di dimostrare come i problemi della libera volontà e del dualismo cartesiano possono essere risolti con l'analisi di questa "evoluzione". Non sono ora interessato alla conclusioni filosofiche che egli trae da questa analisi, ma alla supposizione di base secondo cui vi è uno sviluppo evolutivo del linguaggio da sistemi più semplici del tipo di quelli scoperti in altri organismi. Popper sostiene che l'evoluzione del linguaggio è passata attraverso diversi stadi, in particolare uno "stadio inferiore" in cui gli atti vocali sono usati ad esempio per l'espressione di stati emozionali, ed uno "stadio superiore" in cui il suono articolato è usato per l'espressione del pensiero - in termini popperiani, per la descrizione e l'argomento critico. La sua discussione degli stadi dell'evoluzione del linguaggio suggerisce una sorta di continuità, ma di fatto non stabilisce alcuna relazione fra gli stadi inferiore e superiore e non suggerisce un meccanismo con cui la transizione può aver luogo da uno stadio al successivo. In breve, egli non apporta argomenti per dimostrare che gli stadi appartengono ad un singolo processo evolutivo. Infatti è difficile vedere cosa unisce questi stadi (eccetto per l'uso metaforico del termine "linguaggio"). Non vi è ragione di supporre che i "divari" siano colmabili. In questo caso non vi è una base per presupporre uno sviluppo evolutivo di stadi "superiori" da stadi "inferiori" più che ve ne sia una per presupporre uno sviluppo evolutivo dal respirare al camminare.

Sembra che gli stadi non abbiano nessuna significativa analogia, e sembrano coinvolgere interamente differenti principi e processi.

Una più esplicita discussione della relazione fra linguaggio umano e sistemi di comunicazione animale compare in una recente discussione dell'etologo comparativista W. H. Thorpe. Egli fa notare che i mammiferi, diversamente dall'uomo, sembrano essere privi dell'abilità umana di imitare i suoni, e che perciò ci si potrebbe aspettare che gli uccelli (molti dei quali possiedono questa abilità in grado notevole) siano "il gruppo che dovrebbe essere stato in grado di sviluppare il linguaggio nel vero senso della parola, e non i mammiferi". Thorpe non suggerisce che il linguaggio umano si è evoluto in senso stretto da sistemi più semplici, ma sostiene che le proprietà caratteristiche del linguaggio umano possono essere trovate nei sistemi di comunicazione animale, sebbene "al momento non possiamo dire definitivamente che siano tutte presenti in un particolare animale". Le caratteristiche condivise dal linguaggio umano ed animale sono le proprietà di essere "intenzionale", "sintattico" e "proposizionale". Il linguaggio è intenzionale "nel senso che c'è quasi sempre nel linguaggio umano una ben definita intenzione di far comprendere qualcosa a qualcuno, alterando il suo comportamento, i suoi pensieri, o la sua generale disposizione verso una situazione". Il linguaggio umano è "sintattico" per il fatto che l'articolazione è una performance ["performance": termine comunemente usato in linguistica. N.d.T.] con un'organizzazione interna, con struttura e coerenza. » "proposizionale" per il fatto che trasmette informazioni. In questo senso, dunque, sia il linguaggio umano che quello animale sono intenzionali, sintattici e proposizionali.

Tutto questo può essere vero, ma dimostra davvero poco, poiché quando ci spostiamo al livello dell'astrazione in cui il linguaggio umano e la comunicazione animale ricadono insieme, quasi ogni altro comportamento vi è già incluso. Consideriamo il camminare: chiaramente il camminare è un comportamento intenzionale (nel senso più generale di "intenzionale"). Camminare è anche sintattico (nel senso definito sopra), come di fatto Karl Lashley ha indicato molto tempo fa in una sua importante discussione sull'ordine seriale del comportamento, a cui ho fatto riferimento nella prima conferenza. Inoltre può certamente essere informativo: per esempio posso segnalare il mio interesse nel raggiungere un certo obiettivo con la velocità o l'intensità con cui cammino.

Incidentalmente, è proprio in questo modo che gli esempi di comunicazione animale che Thorpe presenta sono "proposizionali". Egli cita come esempio il canto del pettirosso europeo, in cui la velocità dell'alternanza di modulazione alta e bassa segnala l'intenzione dell'uccello di difendere il suo territorio (più alta è la velocità dell'alternanza, più è grande l'intenzione di difendere il territorio). L'esempio è interessante, ma mi sembra che mostri molto chiaramente la disperazione del tentativo di mettere in relazione il linguaggio umano con la comunicazione animale. Ogni sistema di comunicazione animale conosciuto (se trascuriamo la fantascienza sui delfini) usa uno dei due principi base: o consiste in un numero fisso, finito di segnali, ciascuno associato ad uno specifico campo di comportamento o stato emotivo (come illustrato negli ampi studi sui primati condotti diversi anni fa da scienziati giapponesi), oppure fa uso di un numero fisso, finito di dimensioni linguistiche, ciascuno dei quali è associato con una particolare dimensione non-linguistica in modo tale che la selezione di un punto lungo la dimensione linguistica determina e segnala un determinato punto lungo la dimensione non-linguistica associata. Quest'ultimo è il principio realizzato nell'esempio di Thorpe sul canto dell'uccello. La velocità dell'alternanza della modulazione alta e bassa è la dimensione linguistica correlata con la dimensione non-linguistica dell'intenzione di difendere il territorio. L'uccello segnala la sua intenzione di difendere il territorio selezionando il correlativo punto lungo la dimensione linguistica dell'alternanza di modulazione - uso la parola "selezionare" in senso ampio, naturalmente. La dimensione linguistica è astratta, ma il principio è chiaro. Un sistema comunicativo del secondo tipo ha un ampio raggio di potenziali segnali, come il linguaggio umano. Tuttavia il meccanismo ed il principio sono del tutto differenti da quelli impiegati dal linguaggio umano per esprimere la maggior parte dei nuovi pensieri, intenzioni, sentimenti e così via. Non è corretto parlare di una "deficienza" del sistema animale nei termini di gamma di potenziali segnali; piuttosto è l'opposto, poiché il sistema animale rientra nel principio di variazione continua lungo la dimensione linguistica (nella misura in cui ha senso parlare di "continuità" in questo caso), laddove il linguaggio umano è separato. Perciò il problema non sta in un "più" o in un "meno", ma piuttosto in un principio di organizzazione totalmente differente. Quando faccio un'affermazione arbitraria nel linguaggio umano - dicendo "il sorgere di società per azioni sovranazionali configura nuovi pericoli per la libertà umana" - non sto selezionando un punto lungo una dimensione linguistica che segnali un corrispondente punto lungo la relativa dimensione non-linguistica, e neppure sto selezionando un segnale da un repertorio comportamentale finito, innato o acquisito.

Inoltre è errato pensare all'uso umano del linguaggio come tipicamente informativo, nei fatti o nelle intenzioni. Il linguaggio umano può essere usato per informare o per fuorviare, per chiarire i propri pensieri o per dimostrare la propria abilità, o semplicemente per giocare. Se parlo senza preoccuparmi di modificare il vostro comportamento o i vostri pensieri, sto usando il linguaggio non meno che se dicessi esattamente le stesse cose con una tale intenzione. Se desideriamo comprendere il linguaggio umano e le capacità psicologiche su cui si basa, dobbiamo per prima cosa chiederci cos'è, non come e per quali scopi viene usato. Quando ci chiediamo cos'è il linguaggio umano, non troviamo alcuna sorprendente similarità con i sistemi di comunicazione animale. Non v'è nulla di utile da dire sul comportamento o sul pensiero al livello di astrazione in cui ricadono insieme la comunicazione animale e umana. Gli esempi di comunicazione animale che sono stati esaminati sinora condividono molte delle proprietà dei sistemi gestuali umani, e potrebbe essere ragionevole esplorare in questo caso la possibilità di una diretta connessione. Ma il linguaggio umano, come sembra, si basa su principi completamente differenti. Credo che questo sia un punto importante, spesso trascurato da coloro che intendono il linguaggio umano come un fenomeno biologico e naturale. In particolare sembra piuttosto inutile, per questi motivi, speculare sull'evoluzione del linguaggio umano da sistemi più semplici - assurdo forse come speculare sull' "evoluzione" degli atomi dalle nubi di particelle elementari.

Per quanto ne sappiamo, il possesso del linguaggio umano è associato con uno specifico tipo di organizzazione mentale, non semplicemente con un grado più alto di intelligenza. Sembra che non sia fondata la visione secondo cui il linguaggio umano sia semplicemente un'istanza più complessa di qualcosa che si può trovare altrove nel mondo animale. Questo crea un problema al biologo, poiché, se è vero, è un esempio di reale "emergenza" - l'apparizione di un fenomeno quantitativamente differente ad uno stadio specifico di complessità di organizzazione. L'accettazione di questo fatto, sebbene formulato in termini completamente differenti, è ciò che ha motivato gran parte degli studi classici del linguaggio da parte di coloro la cui prima preoccupazione era la natura della mente. E mi sembra che oggi non vi sia modo migliore o più promettente di esplorare le essenziali e distintive proprietà dell'intelligenza umana che attraverso l'investigazione dettagliata di questa proprietà umana unica. Una ragionevole ipotesi, dunque, è che se adeguate grammatiche generative possono essere costruite empiricamente e i principi universali che governano la loro struttura e organizzazione possono essere determinati, allora ciò sarà un importante contributo alla psicologia umana, nei modi che tratterò direttamente in dettaglio.

Nel corso di queste conferenze ho citato alcune delle idee classiche sulla struttura del linguaggio e gli sforzi contemporanei per approfondirle ed ampliarle. Sembra chiaro che dobbiamo guardare alla competenza linguistica - conoscenza di un linguaggio - come ad un sistema astratto che sottintende il comportamento, un sistema costituito da regole che interagiscono per determinare la forma ed il significato intrinseco di un numero potenzialmente infinito di frasi. Un tale sistema - una grammatica generativa - fornisce una spiegazione dell'idea di Humboldt della "forma del linguaggio", che in un'oscura ma suggestiva nota nella sua grande opera postuma, ‹ber die Verschiedenheit des Menschlichen Sprachbaues, egli definisce come "quel costante ed invariabile sistema di processi che sottintende l'atto mentale di creare segnali articolati e organizzati strutturalmente per l'espressione del pensiero". Una tale grammatica definisce un linguaggio nel senso humboldtiano, cioè come "un sistema generato ricorsivamente, dove le leggi della generazione sono fisse ed invariabili, ma lo scopo e il modo specifico con cui sono applicate restano completamente non specificati".

In ogni grammatica vi sono elementi particolari, idiosincratici, la selezione dei quali determina uno specifico linguaggio umano, e vi sono elementi generali universali, condizioni per la forma e l'organizzazione di ogni linguaggio umano che costituiscono il soggetto per lo studio della "grammatica universale". Fra i principi della grammatica universale vi sono quelli che ho discusso nella precedente conferenza - per esempio i principi che distinguono la struttura profonda e di superficie e che vincolano la classe di operazioni trasformazionali che li mette in relazione. Si noti, incidentalmente, che l'esistenza di principi definiti della grammatica universale rende possibile il sorgere di un nuovo campo della linguistica matematica, un campo che affida allo studio astratto la classe dei sistemi generativi che soddisfa le condizioni poste nella grammatica universale. Questa ricerca mira ad elaborare le proprietà formali di ogni possibile linguaggio umano. Il campo è al suo inizio: è solo nell'ultima decade che è stata intrapresa una tale iniziativa; ha alcuni promettenti risultati iniziali e suggerisce una possibile direzione per la futura ricerca, che potrebbe confermare di essere di grande importanza. Perciò la linguistica matematica sembra al momento trovarsi in una posizione favorevole, fra gli approcci matematici alle scienze psicologiche e sociali, per svilupparsi non semplicemente come una teoria dei dati, ma come lo studio di principi e strutture altamente astratti che determinino il carattere dei processi mentali umani. In questo caso i processi mentali in questione sono quelli coinvolti nell'organizzazione di uno specifico dominio della conoscenza umana, cioè la conoscenza del linguaggio.

La teoria della grammatica generativa, sia particolare che universale, mette in evidenza una lacuna concettuale nella teoria psicologica che credo sia importante menzionare. La psicologia, concepita come "scienza comportamentale", si è preoccupata del comportamento e dell'acquisizione o del controllo del comportamento. Non ha nessun concetto che corrisponda a "competenza", nel senso in cui "competenza" viene caratterizzato da una grammatica generativa. La teoria dell'apprendimento si è limitata ad un angusto e certamente inadeguato concetto di ciò che viene appreso - ovvero un sistema di connessioni stimolo-risposta, una rete di associazioni, un repertorio di voci comportamentali, una gerarchia dell'abitudine, o un sistema di disposizioni a rispondere in un particolare modo sotto specifiche condizioni di stimoli. Nella misura in cui la psicologia comportamentale è stata applicata all'educazione o alla terapia, si è al contempo limitata a questo concetto di "ciò che viene appreso". Ma una grammatica generativa non può essere caratterizzata in questi termini. Quello che è necessario, in aggiunta al concetto di comportamento e di apprendimento, è un concetto di ciò che viene appreso - una nozione di competenza - che si trova oltre i limiti concettuali della teoria psicologica comportamentalista. Come gran parte della moderna linguistica e della moderna filosofia del linguaggio, la psicologia comportamentalista ha quasi consciamente accettato le restrizioni metodologiche che non permettono lo studio di sistemi di necessaria complessità e astrazione. Un importante contributo futuro dello studio del linguaggio alla psicologia generale può essere il focalizzare l'attenzione su questa discrepanza concettuale e dimostrare come possa essere colmata con l'elaborazione di un sistema di basilare competenza in un dominio dell'intelligenza umana.

Vi è un ovvio significato in ogni aspetto della psicologia che è ultimamente basata sull'osservazione del comportamento. Ma non è affatto ovvio che lo studio dell'apprendimento debba procedere direttamente verso l'indagine dei fattori che controllano il comportamento o delle condizioni sotto cui un "repertorio comportamentale" è stabilito. » necessario prima determinare le significative caratteristiche di questo repertorio comportamentale, i principi su cui è organizzato. Uno studio significativo dell'apprendimento può procedere solo dopo che questo lavoro preliminare è stato portato avanti ed ha condotto ad una teoria ragionevolmente confermata di una sottintesa competenza - nel caso del linguaggio alla formulazione della grammatica generativa che sottintende l'uso del linguaggio esaminato. Un tale studio si preoccuperà della relazione fra i dati disponibili all'organismo e la competenza che acquisisce. Solo per il grado in cui l'astrazione della competenza ha avuto successo - nel caso del linguaggio, per il grado in cui la grammatica postulata è "descrittivamente adeguata" nel senso descritto nella seconda conferenza - l'analisi dell'apprendimento può sperare di raggiungere risultati significativi. Se, in un dominio, l'organizzazione del repertorio comportamentale è abbastanza semplice ed elementare, allora non vi saranno problemi nell'evitare lo stadio intermedio della costruzione della teoria in cui tentiamo di caratterizzare accuratamente la competenza che viene acquisita. Ma non si può fare affidamento su questo caso, e nello studio del linguaggio questo non è certamente il caso. Con una più ricca ed adeguata caratterizzazione di "quello che viene appreso" - della sottintesa competenza che costituisce lo "stato finale" dell'organizzazione che viene studiata - è possibile accostarsi al processo della costruzione di una teoria dell'apprendimento, la quale sarà molto meno ristretta nello scopo di quanto è stato dimostrato dalla moderna psicologia comportamentale. » sicuramente inutile accettare restrizioni metodologiche che ci precludono un tale approccio ai problemi dell'apprendimento.

Ci sono altre aree della competenza umana, dove si può sperare di sviluppare una teoria produttiva, analoghe alla grammatica generativa? Per quanto questa sia una domanda molto importante, al riguardo oggi si può davvero dire poco. Ad esempio si può considerare il problema di come una persona giunge ad acquisire un certo concetto dello spazio tridimensionale, o un'implicita "teoria dell'azione umana" in termini analoghi. Un tale studio partirebbe dal tentativo di caratterizzare la teoria implicita che sottintende la performance attuale e poi si dedicherebbe al problema di come questa teoria si sviluppa sotto determinate condizioni di tempo e di accesso ai dati, ovvero in che modo il risultante sistema di credenze è determinato dall'interazione dei dati disponibili, dalle "procedure euristiche" e dallo schematismo innato che restringe e condiziona la forma del sistema acquisito. Al momento non vi è altro che un abbozzo di un programma di ricerca.

Vi sono stati alcuni tentativi di studiare la struttura di altri sistemi simili al linguaggio - mi vengono in mente per esempio lo studio dei sistemi di parentela e le tassonomie popolari. Ma alla lunga, infine, non è stato scoperto nulla che fosse lontanamente paragonabile al linguaggio in questi domini. Nessuno, che io sappia, si è dedicato di più a questo problema di Lévi-Strauss. Per esempio, il suo recente libro sulle categorie della mentalità primitiva è un serio e meditato tentativo di affrontare questo problema. Tuttavia non vedo quali conclusioni possono essere raggiunte da uno studio dei suoi materiali oltre al fatto che la mente dei selvaggi tenta di imporre un'organizzazione al mondo fisico - ovvero che gli esseri umani classificano, se non compiono alcun atto mentale. La ben nota critica di Lévi-Strauss al totemismo sembra ridursi a qualcosa di meno di questa conclusione.

Lévi-Strauss modella le sue indagini quasi consapevolmente sulla linguistica strutturale, in particolare sull'opera di Troubetzkoy e Jakobson. Ripetutamente e abbastanza correttamente sottolinea che non si possono applicare semplicemente procedure analoghe a quelle dell'analisi fonemica ai sottosistemi della società e della cultura. Piuttosto egli è interessato alla strutture "che si possono trovare ... nel sistema di parentela, nell'ideologia, nella politica, nella mitologia, nei rituali, nell'arte" e così via, e vuole esaminare le proprietà formali di queste strutture nei loro termini propri. Ma occorrono diverse restrizioni quando si usa la linguistica strutturale in tal modo come modello. Per un aspetto, la struttura di un sistema fonologico è davvero di scarso interesse come oggetto formale. Non v'è nulla di significativo da dire, da un punto di vista formale, su un insieme di oltre quaranta elementi classificati ad incrocio nei termini di otto o dieci proprietà. Il significato della fonologia strutturalista, come è stata sviluppata da Troubetzkoy, Jakobson ed altri, non sta nelle proprietà formali dei sistemi fonemici, ma nel fatto che un numero relativamente piccolo di proprietà, che possono essere specificate in termini assoluti, indipendenti dal linguaggio, sembra fornire la base per l'organizzazione di tutti i sistemi fonologici. La conquista della fonologia strutturalista fu dimostrare che le regole fonologiche di una grande varietà di linguaggi si applicano alle classi di elementi che possono essere semplicemente caratterizzati nei termini di queste proprietà; che il cambiamento storico riguarda tali classi in modo uniforme; e che l'organizzazione delle proprietà gioca un ruolo fondamentale nell'uso e nell'acquisizione del linguaggio. Questa fu una scoperta di grandissima importanza, e crea le basi per gran parte della linguistica contemporanea. Ma se astraiamo dallo specifico insieme universale di proprietà e dai sistemi di regole in cui funzionano, resta ben poco significato.

Inoltre, in misura sempre maggiore, il lavoro attuale in fonologia sta dimostrando che la reale ricchezza dei sistemi fonologici non sta nei modelli strutturali di fonemi, ma piuttosto negli intricati sistemi di regole da cui questi modelli sono formati, modificati ed elaborati. I modelli strutturali che sorgono in vari stadi di derivazione sono una sorta di epifenomeno. Il sistema di regole fonologiche rende l'uso delle proprietà universali in modo fondamentale, ma sono le proprietà dei sistemi di regole, mi sembra, a far davvero luce sulla specifica natura dell'organizzazione del linguaggio. Per esempio sembrano esserci condizioni molto generali, come il principio dell'ordinamento ciclico (discusso nella precedente conferenza) ed altri che sono ancora più astratti, che governano l'applicazione di queste regole, e vi sono molte questioni interessanti ed irrisolte sul come la scelta delle regole sia determinata da relazioni universali, intrinseche fra le proprietà. Inoltre l'idea di un'indagine matematica delle strutture del linguaggio, a cui Lévi-Strauss allude occasionalmente, diventa significativa solo se si considerano i sistemi di regole con infinita capacità generativa. Non c'è nulla da dire sulla struttura astratta dei vari modelli che appaiono a vari stadi di derivazione. Se ciò è corretto, allora non ci si può aspettare che la fonologia strutturalista fornisca in sé un utile modello per l'indagine di altri sistemi sociali e culturali.

In generale, il problema di estendere i concetti della struttura linguistica ad altri sistemi cognitivi mi sembra che non si trovi al momento in uno stato troppo promettente, sebbene non v'è dubbio che sia troppo presto per il pessimismo.

Prima di rivolgersi alle implicazioni generali dello studio della competenza linguistica e, più specificamente, alle conclusioni della grammatica universale, è bene assicurarci dello stato di queste conclusioni alla luce dell'attuale conoscenza della possibile diversità del linguaggio. Nella mia prima conferenza ho citato le osservazioni di William Dwight Whitney su ciò che egli attribuisce all' "infinita diversità del linguaggio umano", la sconfinata varietà che, egli asserisce, mina le rivendicazioni della grammatica filosofica alla rilevanza psicologica.

I grammatici filosofici sostengono generalmente che i linguaggi variano poco nelle loro strutture profonde, sebbene possa esservi grande variabilità nelle manifestazioni superficiali. Così vi è, in tal senso, una sottintesa struttura di relazioni e categorie grammaticali, ed alcuni aspetti del pensiero e della mentalità umana sono essenzialmente invariabili nei linguaggi, sebbene essi possano differire, ad esempio, per quanto riguarda l'espressione formale delle relazioni grammaticali tramite la flessione o l'ordine della parole. Inoltre un'analisi della loro opera indica che i principi ricorsivi sottintesi che generano la struttura profonda sono ritenuti in qualche modo ristretti, per esempio, dalla condizione per cui le nuove strutture sono formate solo dall'inserimento di un nuovo "contenuto proposizionale", nuove strutture che corrispondono alle attuali frasi semplici, in posizioni fissate nelle strutture già formate. Similmente le trasformazioni grammaticali che formano le strutture superficiali attraverso il riordinamento, l'ellissi ed altre operazioni formali, devono incontrare alcune condizioni generali fisse, come quelle discusse nella precedente conferenza. In breve, le teorie della grammatica filosofica e le più recenti elaborazioni di queste teorie, ipotizzano che i linguaggi differiranno molto poco, nonostante la considerevole diversità nella realizzazione superficiale, quando scopriamo le loro strutture più profonde e portiamo alla luce i loro principi e meccanismi fondamentali.

È interessante osservare che questa ipotesi persiste anche durante il periodo del Romanticismo tedesco, che naturalmente si preoccupò molto della diversità delle culture e delle molte, ricche possibilità per lo sviluppo intellettuale umano. Così Wilhelm von Humboldt, che ora è meglio ricordato per le sue idee sulla varietà dei linguaggi e l'associazione di diverse strutture linguistiche con "visioni del mondo" divergenti, sostenne fermamente che sottintendendo ogni linguaggio umano troveremo un sistema che è universale e che semplicemente esprime gli attributi intellettuali unici dell'uomo. Per questo motivo gli era possibile sostenere la visione razionalista secondo cui il linguaggio non è realmente appreso - certamente non insegnato - ma piuttosto si sviluppa "dall'interno", in un modo essenzialmente predeterminato, quando esistono le appropriate condizioni ambientali. Non si può realmente insegnare una prima lingua, egli sostiene, ma si può solo "fornire il filo lungo cui si svilupperà spontaneamente" attraverso processi più simili alla maturazione che all'apprendimento. Questo elemento platonistico del pensiero di Humboldt è un aspetto significativo: per Humboldt era naturale proporre una teoria dell'apprendimento essenzialmente platonistica, come era naturale per Rousseau fondare la sua critica delle istituzioni sociali repressive su una concezione della libertà umana che deriva dalle tesi strettamente cartesiane sulle limitazioni della spiegazione meccanicistica. E in generale sembra appropriato interpretare sia la psicologia che la linguistica del periodo romantico in gran parte come una naturale derivazione dalle concezioni razionaliste.

Il problema sollevato da Whitney contro Humboldt e la grammatica filosofica in generale è di grande significato per le implicazioni della linguistica e per la psicologia umana in generale. Evidentemente queste implicazioni possono realmente essere di vasta portata solo se la visione razionalista è essenzialmente corretta, nel qual caso la struttura del linguaggio può davvero servire come "specchio della mente", sia nei suoi aspetti particolari che universali. È ampiamente dimostrato che la moderna antropologia ha stabilito la falsità delle ipotesi dei grammatici razionalisti, dimostrando con lo stadio empirico che i linguaggi possono, infatti, mostrare la più grande diversità. Le affermazioni di Whitney a riguardo della diversità dei linguaggi sono state ripetute per tutto il periodo moderno: Martin Joos, ad esempio, esprime semplicemente la saggezza convenzionale quando afferma che la conclusione di fondo della moderna linguistica antropologica è che "i linguaggi possono differire senza limite, per estensione o per direzione".

La credenza secondo cui la linguistica antropologica ha demolito le tesi della grammatica universale mi sembra falsa sotto due importanti aspetti. Per prima cosa si fraintendono le idee della grammatica razionalista classica, che sostiene che i linguaggi sono simili solo al livello più profondo, il livello in cui le relazioni grammaticali vengono espresse ed in cui devono essere trovati i processi che forniscono l'aspetto creativo dell'uso del linguaggio. Secondariamente, questa credenza fraintende le scoperte della linguistica antropologica che, di fatto, si è ristretta quasi completamente agli aspetti superficiali della struttura del linguaggio.

Dire questo non significa criticare la linguistica antropologica, un campo che affronta problemi interessanti - in particolare il problema di ottenere delle testimonianze dei linguaggi del mondo primitivo rapidamente scomparsi. Tuttavia è importante tenere a mente questa fondamentale limitazione nei suoi risultati, considerando la luce che può gettare sulle tesi della grammatica universale. Gli studi antropologici (come in generale gli studi di linguistica strutturale) non cercano di rivelare il nucleo sottinteso dei processi generativi nel linguaggio - ovvero i processi che determinano i livelli più profondi della struttura e che costituiscono i mezzi sistematici per creare i nuovi tipi di frase. Perciò essi ovviamente non possono avere alcuna reale influenza sulla tesi classica secondo cui questi processi generativi sottintesi variano poco da linguaggio a linguaggio. Infatti la dimostrazione ora disponibile suggerisce che se la grammatica universale ha seri difetti, come infatti ha da un moderno punto di vista, allora questi difetti stanno nel fallimento nel riconoscere la natura astratta della struttura linguistica e nell'imporre condizioni sufficientemente salde e restrittive alla forma di ogni linguaggio umano. E una proprietà caratteristica dell'attuale lavoro linguistico è la preoccupazione per gli universali linguistici di un tipo che può essere individuato solo attraverso un'analisi dettagliata di particolari linguaggi, universali che governano le proprietà del linguaggio, le quali non sono semplicemente accessibili all'interno della ristretta struttura adottata dalla linguistica antropologica (spesso per ottime ragioni).

Credo che se osserviamo il problema classico della psicologia, quello di giustificare la conoscenza, non possiamo evitare di essere colpiti dall'enorme disparità fra conoscenza ed esperienza - nel caso del linguaggio, fra la grammatica generativa che esprime la competenza linguistica del parlante nativo e i dati poveri e degenerati sulla base dei quali egli ha costruito per sé questa grammatica. All'inizio la teoria dell'apprendimento dovrebbe occuparsi di questo problema, ma di fatto aggira il problema a causa del divario concettuale che ho citato prima. Il problema non può essere in alcun modo formulato finchè non sviluppiamo il concetto di competenza fra i concetti dell'apprendimento e del comportamento e applichiamo questo concetto a qualche dominio. Il fatto è che questo concetto è stato per lo più sviluppato estensivamente e applicato solo allo studio del linguaggio umano. È solo in questo dominio che abbiamo mosso i primi passi verso un risultato di competenza, vale a dire le grammatiche generative frammentarie che sono state costruite per i linguaggi particolari. Man mano che lo studio del linguaggio progredisce, possiamo aspettarci con fiducia che queste grammatiche verranno estese nello scopo e nella profondità, sebbene potremmo difficilmente sorprenderci se le prime tesi sono sbagliate nei loro fondamenti.

Pertanto facendo un primo tentativo di approssimazione per una grammatica generativa di un qualche linguaggio, possiamo formulare per la prima volta in modo utile il problema dell'origine della conoscenza. Possiamo in altri termini formulare la domanda: "Quale struttura iniziale deve essere attribuita alla mente, tale da renderla in grado di costruire una grammatica dai dati dei sensi?". Alcune delle condizioni empiriche che si devono riscontrare in ogni tesi sulla struttura innata sono abbastanza chiare. Dunque sembra esserci una capacità peculiare della specie che è essenzialmente indipendente dall'intelligenza, e possiamo avere una stima abbastanza buona della quantità di dati necessaria affinché il processo sia portato a termine con successo. Sappiamo di fatto che le grammatiche costruite variano solo di poco fra i parlanti della stessa lingua, nonostante le grandi variazioni non solo dell'intelligenza ma anche delle condizioni in cui il linguaggio viene acquisito. Come partecipanti ad una certa cultura, siamo naturalmente consci delle grandi differenze nell'abilità nell'uso del linguaggio, nella conoscenza del vocabolario e così via, che risultano dalle differenze nell'abilità nativa e dalle differenze nelle condizioni di acquisizione. Naturalmente prestiamo molta meno attenzione alle similarità e alla conoscenza comune, che diamo per certe. Ma se proviamo a stabilire la differenza psichica richiesta, se paragoniamo le grammatiche generative he devono essere postulate per differenti parlanti della stessa lingua, scopriamo che le similarità che davamo per certe sono ben marcate e che le divergenze sono poche e marginali. C'è di più: sembra che i dialetti, che sono superficialmente abbastanza lontani ed anche appena intellegibili al primo contatto, condividono un vasto nucleo centrale di regole e processi comuni e differiscono di poco nelle strutture sottintese, che sembrano restare invariate nel corso di lunghe ere storiche. Inoltre scopriamo un sistema vero e proprio di principi che non variano fra linguaggi che sono, per quanto ne sappiamo, del tutto privi di relazione tra loro.

I problemi centrali in questo dominio sono quelli empirici i quali, almeno in principio, sono abbastanza semplici, ma possono essere difficili da risolvere in modo soddisfacente. Dobbiamo postulare una struttura innata che sia abbastanza ricca da incidere sulla disparità fra esperienza e conoscenza e sulla costruzione di grammatiche generative giustificate empiricamente senza le limitazioni di tempo e di accesso ai dati. Al contempo, questa struttura mentale innata che abbiamo postulato non deve essere così ricca e restrittiva da escludere alcuni linguaggi conosciuti. Vi è, in altre parole, un limite superiore ed uno inferiore nel grado e nel carattere esatto della complessità che si può postulare come struttura mentale innata. La situazione attuale è abbastanza oscura da lasciare spazio ad una grande divergenza di opinione sulla vera natura di questa struttura mentale innata che rende possibile l'acquisizione del linguaggio. Tuttavia, non mi sembra che siano dubbi sul fatto che questo è un problema empirico, e che può essere risolto procedendo lungo le linee che ho appena abbozzato.

La mia opinione sulla situazione è che oggi il reale problema stia nello scoprire un'ipotesi sulla struttura innata che sia sufficientemente ricca, non nel trovarne una abbastanza semplice ed elementare da essere "plausibile". A mio avviso non vi è alcuna ragionevole nozione di "plausibilità", nessuna visione aprioristica di quello che le strutture innate ammettono, tale da poter guidare la ricerca di una "ipotesi sufficientemente elementare". Sarebbe mero dogmatismo ritenere, senza prove e argomentazioni, che la mente nella sua struttura innata sia più semplice di altri sistemi biologici, come sarebbe mero dogmatismo insistere sul fatto che l'organizzazione della mente debba necessariamente seguire un certo insieme di principi determinato prima dell'indagine e mantenuto a scapito di ogni scoperta empirica. Credo che lo studio dei problemi della mente sia stato ostacolato da una sorta di apriorismo con cui ci si è generalmente accostati a questi problemi. In particolare le ipotesi empiriciste, che hanno dominato lo studio dell'acquisizione della conoscenza per molti anni, mi sembra che siano state adottate quasi senza garanzia e che non abbiano alcuno status speciale fra le tante possibilità sul funzionamento della mente che possono essere immaginate.

In questo caso è illuminante seguire il dibattito che è sorto da quando le idee che ho appena accennato furono avanzate alcuni anni fa come programma di ricerca - dovrei dire da quando questa posizione fu riesumata, poiché l'approccio razionalista tradizionale è di notevole ampiezza, ora ampliato, approfondito e reso più esplicito in termini di conclusioni raggiunte nei recenti studi sulla competenza linguistica. Due importanti filosofi americani, Nelson Goodman e Hilary Putnam, hanno dato recenti contributi a questa discussione - entrambi fraintesi, a mio avviso, ma istruttivi nel fraintendimento che rivelano.

La trattazione di Goodman della questione soffre per prima cosa di un fraintendimento storico e secondariamente di un fallimento nel formulare correttamente l'esatta natura del problema dell'acquisizione della conoscenza. Il suo fraintendimento storico ha a che fare con il problema fra Locke ed il pensiero di Locke che egli criticava nella sua discussione delle idee innate. Secondo Goodman "Locke... chiarì acutamente" che la dottrina delle idee innate è "falsa o priva di senso". Infatti la critica di Locke aveva poca rilevanza per ogni comune dottrina del XVII secolo. Gli argomenti che Locke fornì furono presi in considerazione e trattati in modo soddisfacente nelle discussioni dell'inizio del XVII secolo sulle idee innate, ad esempio quelle di Lord Herbert e Descartes, i quali davano entrambi per certo che il sistema di idee e di principi innati non avrebbe funzionato senza un'appropriata stimolazione. Per questo motivo gli argomenti di Locke, nessuno dei quali prende atto di questa condizione, sono senza forza; per qualche motivo egli evita i problemi discussi nella precedente metà del secolo. Inoltre, come ha osservato Leibnitz, la propensione di Locke a fare uso di un principio di "riflessione" rende quasi impossibile distinguere il suo approccio da quello dei razionalisti, tranne per il suo fallimento nel fare i passi suggeriti dai suoi predecessori verso la specificazione del carattere di questo principio.

Ma, a parte i problemi storici, credo che Goodman fraintenda anch'egli il problema sostanziale. Egli sostiene che l'apprendimento della prima lingua non costituisce un problema reale, poiché prima di tale apprendimento il bambino ha già acquisito i rudimenti di un sistema simbolico nei suoi modi ordinari di rapportarsi con l'ambiente. Quindi l'apprendimento della prima lingua è analogo all'apprendimento della seconda nel fatto che il passo fondamentale è già stato fatto, ed i dettagli possono essere elaborati senza una struttura già esistente. Questo argomento potrebbe avere una qualche validità se fosse possibile dimostrare che le proprietà specifiche della grammatica - ovvero la distinzione fra struttura profonda e superficiale, le proprietà specifiche delle trasformazioni grammaticali, i principi dell'ordinamento delle regole e così via - sono presenti in qualche forma in questi "sistemi simbolici" prelinguistici già acquisiti. Ma poiché non vi è la minima ragione di credere che le cose così, l'argomento crolla. Esso è basato su un equivoco simile a quello discusso in precedenza riguardo all'argomento secondo cui il linguaggio si è evoluto dalla comunicazione animale. In quel caso, come abbiamo visto, l'argomento si rivolse ad un uso metaforico del termine "linguaggio". Nel caso di Goodman l'argomento è interamente basato su un uso vago dell'espressione "sistema simbolico" e crolla non appena cerchiamo di dargli un significato preciso. Se fosse possibile dimostrare che questi sistemi simbolici prelinguistici condividono alcune significative proprietà col linguaggio naturale, potremmo sostenere che queste proprietà del linguaggio naturale sono acquisite per analogia. Naturalmente vorremmo affrontare il problema di spiegare come i sistemi simbolici prelinguistici svilupparono queste proprietà, ma poiché nessuno ha avuto successo nel dimostrare che le fondamentali proprietà del linguaggio naturale - quello discusso nella seconda conferenza, per esempio - appaiono nei sistemi simbolici prelinguistici o in altri, quest'ultimo problema non si pone.

Secondo Goodman, la ragione per cui il problema dell'apprendimento della seconda lingua è differente da quello della prima sta nel fatto che "una volta che un linguaggio è disponibile" esso "può essere usato per dare spiegazioni ed istruzioni". Continua poi sostenendo che "l'acquisizione di una lingua iniziale è l'acquisizione di un sistema simbolico secondario" ed è quasi alla pari con la normale acquisizione di una seconda lingua. I sistemi simbolici primari a cui egli si riferisce sono "rudimentali sistemi simbolici prelinguistici in cui i gesti e gli eventi sensori e percettivi di ogni tipo funzionano come segni". Ma evidentemente questi sistemi simbolici prelinguistici non possono "essere usati per dare spiegazioni ed istruzioni" nel modo in cui una prima lingua può essere usata in una istruzione della seconda. Perciò, anche nei suoi fondamenti l'argomento di Goodman è incoerente.

Goodman sostiene che "l'affermazione di cui discutiamo non può essere testata sperimentalmente anche quando abbiamo un esempio riconosciuto di 'cattivo' linguaggio" e che "l'affermazione non è stata formulata nell'ambito della citazione di una singola proprietà generale dei 'cattivi' linguaggi". La prima di queste conclusioni è corretta, nel senso di "test sperimentale", ovvero un test in cui "prendiamo un bambino alla nascita, lo isoliamo da tutti gli influssi della nostra cultura legata al linguaggio, e proviamo ad inculcargli uno dei 'cattivi' linguaggi artificiali". Ovviamente ciò non è fattibile. Ma non vi è ragione di essere spaventati dall'impossibilità di portare avanti un test come questo. Vi sono molti altri modi, per esempio quelli discussi nella seconda conferenza e i riferimenti ivi citati - in cui la prova può essere ottenuta preoccupandoci delle proprietà delle grammatiche e le conclusioni sulle proprietà generali di tali grammatiche possono essere inserite nel test empirico. Ognuna di tali conclusioni specifica immediatamente, in modo corretto o no, alcune proprietà dei "cattivi" linguaggi. Poiché vi sono dozzine di articoli e libri che cercano di formulare queste proprietà, la sua seconda affermazione, che non "una singola proprietà generale dei 'cattivi' linguaggi" è stata formulata, è abbastanza sorprendente. Si può cercare di dimostrare che questi tentativi sono fuorviati o discutibili, ma difficilmente si può affermare con serietà che non esistono. Ogni formulazione di un principio della grammatica universale fa una forte affermazione empirica, che può essere falsata trovando controistanze in qualche linguaggio umano lungo le linee della discussione della seconda conferenza. In linguistica, come in ogni altro campo, è solo con modi indiretti come questo che si può sperare di trovare prove che supportino ipotesi non banali. Test sperimentali diretti del tipo di quelli citati da Goodman sono raramente possibili, un fatto che può essere infelice ma che nondimeno è tipico di gran parte della ricerca.

In un punto Goodman osserva, correttamente, che anche "per certi fatti notevoli non ho una spiegazione alternativa... che da sola non implichi l'accettazione di una qualsivoglia teoria, poiché una teoria potrebbe essere peggiore che nessuna teoria. L'incapacità di spiegare un fatto non mi condanna ad accettare una teoria intrinsecamente ripugnante ed incomprensibile". Ma consideriamo ora la teoria delle idee innate che Goodman considera "intrinsecamente ripugnante ed incomprensibile". Si noti, per prima cosa, che la teoria non è ovviamente "incomprensibile" nei suoi termini. Così egli sembra propenso, in questo articolo, ad accettare la visione secondo cui in un certo senso la mente matura contiene idee. Non è ovviamente "incomprensibile" che alcune di queste idee siano "impiantate nella mente come originale bagaglio culturale" (per usare la sua terminologia). E se ci rivolgiamo alla dottrina attuale come viene sviluppata dalla filosofia razionalista (piuttosto che dalla caricatura fatta da Locke), la teoria diviene ovviamente sempre più comprensibile. Non vi è nulla di incomprensibile nella visione secondo cui la stimolazione fornisce l'occasione alla mente di applicare alcuni principi interpretativi innati, alcuni concetti che provengono dalla stessa "capacità di comprendere", dalla facoltà di pensare più che direttamente dagli oggetti esterni. Prendiamo un esempio da Descartes (Replica alle obiezioni, V):

Quando per la prima volta nell'infanzia vediamo una figura triangolare dipinta su carta, questa figura non può mostrarci come un triangolo reale debba essere concepito secondo gli studiosi di geometria, poiché il vero triangolo è contenuto in questa figura proprio come la statua di Mercurio è contenuta in un rozzo blocco di legno. Ma poiché possediamo già dentro di noi l'idea di un vero triangolo, che può essere più facilmente concepita dalla nostra mente rispetto alla più complessa figura di triangolo disegnata su carta, noi, quando vediamo la figura composita, non cogliamo quella, ma l'autentico triangolo.

In questo senso l'idea di un triangolo è innata. Sicuramente la nozione è comprensibile; non vi sarebbe alcun problema, ad esempio, nel programmare un computer a reagire agli stimoli lungo tali linee (sebbene questo non soddisferebbe Descartes per altre ragioni). Similmente non vi è difficoltà di sorta nel programmare un computer con uno schematismo che restringa la forma di una grammatica generativa, con una procedura di valutazione per la grammatica di una data forma, con una tecnica per determinare se i dati sono compatibili con una grammatica di una determinata forma, con una sottostruttura fissa (come le proprietà distintive), con regole principi e così via - in breve, con una grammatica universale del tipo di quella proposta negli ultimi anni. Per motivi che ho già citato, credo che questi propositi possano essere visti come un ulteriore sviluppo della dottrina razionalista classica, come un'elaborazione di alcune delle sue idee principali sul linguaggio e sulla mente. Naturalmente una tale teoria sarà "ripugnante" per chi accetta la dottrina empiricista e la ritiene immune al problema ed al dibattito. Mi sembra che questo sia il cuore del problema.

Il saggio di Putnam tratta più direttamente i punti del problema, ma mi sembra che anche i suoi argomenti siano inconcludenti a causa di alcune ipotesi non corrette che egli fa sulle grammatiche acquisite. Putnam ritiene che al livello della fonetica l'unica proprietà proposta nella grammatica universale sia quella secondo cui un linguaggio ha "una corta lista di fonemi". Questa, sostiene, non è una similarità fra linguaggi che richieda ipotesi esplicative elaborate. La conclusione è corretta, l'ipotesi errata. Infatti, come ho dimostrato diverse volte, sono state avanzate ipotesi empiriche molto valide sulla scelta specifica di proprietà universali, sulle condizioni della forma e dell'organizzazione delle regole fonetiche, sulle condizioni dell'applicazione delle regole eccetera. Se queste proposte sono corrette (o quasi corrette), allora "le similarità fra linguaggi" a livello della struttura del suono sono affatto notevoli e non possono essere semplicemente spiegate con ipotesi sulla capacità della memoria (come suggerisce Putnam).

Sopra il livello della struttura del suono, Putnam ritiene che le uniche proprietà significative del linguaggio siano quelle che hanno nomi propri, che la grammatica contenga un componente della struttura di frase e che vi siano regole che "abbreviano" i periodi generati dal componente della struttura di frase. Sostiene che la natura del componente della struttura di frase è determinata dall'esistenza di nomi propri, che l'esistenza di un componente della struttura di frase è spiegato dal fatto che "tutte le misure naturali della complessità di un algoritmo - dimensione della tabella della macchina, lunghezza delle computazioni, tempo e spazio richiesti per la computazione - portano al risultato", che i sistemi della struttura di frase forniscono gli "algoritmi che sono 'i più semplici' per ogni sistema computazionale", quindi anche "per 'sistemi computazionali' evoluti naturalmente", e che non vi è nulla di sorprendente nel fatto che i linguaggi contengano regole di abbreviazione.

Ognuna delle tre conclusioni riguarda una falsa ipotesi. Dal fatto che un sistema della struttura di frase contiene nomi propri non si può concludere nulla sulle altre sue categorie. Infatti oggi vi è una grande disputa sulle proprietà generali dei sistemi sottintesi della struttura di frase per i linguaggi naturali. La disputa non è risolta dall'esistenza di nomi propri.

Come secondo punto è semplicemente falso che tutte le misure della complessità e della velocità di computazione conducano alla regole della struttura di frase come "il più semplice algoritmo possibile". Gli unici risultati esistenti, che siano anche indirettamente rilevanti, dimostrano che le grammatiche della struttura della frase libera da contesto (un modello ragionevole per le regole che generano strutture profonde, escludendo le voci lessicali e le condizioni distributive che incontrano) ricevono un interpretazione teoretico-automatica come automatismi non-deterministici di memoria [dell'elaboratore. NdT], ma questi ultimi difficilmente sono una nozione "naturale" dal punto di vista della "semplicità degli algoritmi" eccetera. Infatti si può sostenere che il concetto (in qualche modo simile ma non correlato) di automazione deterministica in tempo reale è molto più "naturale" in termini di condizioni di tempo e spazio nella computazione.

Tuttavia è inutile portare avanti questo argomento, poiché quello che è in gioco non è la "semplicità" delle grammatiche della struttura di frase, ma piuttosto quella delle grammatiche trasformazionali con un componente della struttura di frase che ha un ruolo nel generare le strutture profonde. E non vi è in assolutamente alcun concetto matematico di "facilità di computazione" o "semplicità di algoritmo" che suggerisca anche vagamente che tali sistemi possano avere un vantaggio sui tipi di automatismi studiati seriamente sotto questo punto di vista - per esempio automatismi a stato finito, automatismi lineari obbligati e così via. Il concetto basilare di "operazione dipendente dalla struttura" non è mai stato considerato in un senso strettamente matematico. L'origine di questa confusione è un fraintendimento del discorso di Putnam sulla natura delle trasformazioni grammaticali. Esse non sono regole che "abbreviano" i periodi, ma piuttosto sono operazioni che formano le strutture di superficie dalle sottointese strutture profonde, nei modi illustrati nella precedente conferenza e nei riferimenti ivi citati. Quindi, per dimostrare che le grammatiche trasformazionali sono le "più semplici possibili", si dovrebbe dimostrare che il sistema computazionale "ottimale" prende una stringa di simboli come input e determina la sua struttura superficiale, la sua sottintesa struttura profonda e la sequenza di operazioni che li mette in relazione. Nulla del genere è stato dimostrato: infatti la questione non è stata mai sollevata.

Putnam sostiene che anche se si scoprissero significative uniformità fra i linguaggi, ci sarebbe una spiegazione più semplice dell'ipotesi di una grammatica universale innata, ovvero la loro comune origine. Ma questa proposta incorre in un evidente fraintendimento del problema. La grammatica di un linguaggio deve essere scoperta dal bambino attraverso i dati presentatigli. Come è stato notato in precedenza, il problema empirico è trovare un'ipotesi sulla struttura iniziale che sia abbastanza ricca da giustificare il fatto che una specifica grammatica è costruita dal bambino, ma non così ricca da essere falsificata dalla riconosciuta diversità del linguaggio.

Le questioni dell'origine comune sono di potenziale rilevanza per il problema empirico in un solo aspetto: se i linguaggi esistenti non sono un "bel campione" dei "possibili linguaggi", possiamo essere erroneamente portati a proporre uno schema troppo ristretto per la grammatica universale. Tuttavia, come ho detto prima, il problema empirico che oggi affrontiamo è che nessuno è stato in grado di ideare un'ipotesi iniziale abbastanza ricca da giustificare l'acquisizione da parte del bambino di quella grammatica che noi, apparentemente, siamo portati ad attribuirgli quando cerchiamo di giustificare la sua abilità di usare il linguaggio nel modo normale. L'ipotesi dell'origine comune non contribuisce affatto a spiegare come sia possibile questo risultato. In breve, il linguaggio viene "reinventato" ogni volta che viene appreso, e il problema empirico da affrontare con la teoria dell'apprendimento sta nel come questa invenzione della grammatica può avere luogo.

Putnam affronta questo problema e suggerisce che possono esservi "strategie generali multiruolo di apprendimento" che giustificano questo risultato. », ovviamente, una questione empirica se le proprietà della "facoltà del linguaggio" sono specifiche del linguaggio oppure un mero caso particolare di facoltà mentali più generali (o strategie di apprendimento).

Questo è un problema che è stato discusso in precedenza in questa conferenza, in modo non conclusivo ed in un contesto affatto differente. Putnam prende per certo che solo le "strategie di apprendimento" generali siano innate, ma non suggerisce alcun motivo per questa ipotesi empirica. Come ho discusso in precedenza, si può perseguire un approccio non dogmatico a questo problema senza fare affidamento su ipotesi indiscusse di questo tipo - ovvero attraverso l'indagine di specifiche aree della competenza umana, come il linguaggio, seguita dal tentativo di formulare un'ipotesi che giustificherà lo sviluppo di tale competenza. Se attraverso questa indagine scopriamo che le medesime "strategie di apprendimento" sono sufficienti per giustificare lo sviluppo della competenza in vari domini, avremo ragione di credere che l'ipotesi di Putnam è corretta. Se scopriamo che le strutture innate postulate differiscono da caso a caso, l'unica conclusione razionale sarebbe che un modello della mente deve riguardare "facoltà" separate, con proprietà uniche o parzialmente uniche. Non capisco come si possa risolutamente insistere su una o l'altra conclusione alla luce delle prove disponibili. Ma una cosa è abbastanza chiara: Putnam non ha una giustificazione per la sua conclusione finale, secondo cui "invocare l' 'essere innato' pospone solo il problema dell'apprendimento, ma non lo risolve". Invocare una rappresentazione innata della grammatica universale risolve il problema dell'apprendimento, se è vero che questa è la base per l'acquisizione del linguaggio, come può essere. Se d'altro canto vi sono strategie generali di apprendimento che giustificano l'acquisizione della conoscenza grammaticale, allora postulare una grammatica universale non "posporrà" il problema dell'apprendimento, ma piuttosto offrirà una soluzione non corretta a questo problema. Il problema è di tipo empirico (vero o falso), non metodologico (stati dell'indagine).

Riassumendo, non mi sembra che né Goodman né Putnam offrano un serio contro-argomento rispetto alle proposte avanzate sulla struttura mentale innata (attraverso tentativi, naturalmente, come conviene alle ipotesi empiriche) o offrano un approccio alternativo plausibile, di contenuto empirico, al problema dell'acquisizione della conoscenza.

Presupponendo l'approssimativa precisione delle conclusioni che oggi sembrano sostenibili, è ragionevole supporre che una grammatica generativa è un sistema di centinaia di regole di differenti tipi, organizzata secondo alcuni principi fissi di ordinamento e di applicabilità, contenente una sottostruttura fissa che, secondo i principi generali di organizzazione, è comune a tutti i linguaggi. Non vi è alcuna "naturalità" a priori in tale sistema, non più di quella che può esservi per la struttura dettagliata della corteccia visiva. Nessuno che abbia considerato seriamente il problema di formalizzare le procedure induttive o i "metodi euristici" può dare grande importanza alla speranza che un sistema come la grammatica generativa possa essere costruito con metodi di una qualche generalità.

A mio avviso l'unica proposta sostanziale che ha a che vedere con il problema dell'acquisizione della conoscenza del linguaggio è la concezione razionalista che ho illustrato. Ripeto: supponiamo di assegnare alla mente, come proprietà innata, la teoria generale del linguaggio chiamata "grammatica universale". Questa teoria comprende i principi discussi nella precedente conferenza e molti altri dello stesso tipo, e specifica un certo sottosistema di regole che forniscono una struttura di base per ogni linguaggio ed una varietà di condizioni, formali e sostanziali, che ogni successiva elaborazione della grammatica deve incontrare. La teoria della grammatica universale fornisce dunque uno schema a cui ogni grammatica particolare deve conformarsi. Supponiamo inoltre di poter rendere questo schema sufficientemente restrittivo, cosicché poche possibili grammatiche conformi allo schema saranno compatibili con gli scarsi e degenerati dati attualmente disponibili per chi apprende il linguaggio. Il compito di chi apprende il linguaggio, dunque, è cercare fra le possibili grammatiche e selezionare quella che non è respinta dai dati a lui disponibili. Quello che affronta chi apprende un linguaggio, secondo queste ipotesi, non è l'impossibile compito di inventare una teoria altamente astratta e intricatamene strutturata sulla base di dati degenerati, ma piuttosto il più agevole compito di determinare se questi dati appartengano a l'uno o all'altro ristretto insieme di potenziali linguaggi.

I compiti degli psicologi si dividono quindi in diversi sotto-compiti. Il primo è scoprire lo schema innato che caratterizza la classe dei potenziali linguaggi - schema che definisce l' "essenza" del linguaggio umano. Questo sotto-compito ricade nella branca della psicologia umana conosciuta come linguistica: è il problema della grammatica universale tradizionale, della teoria linguistica contemporanea. Il secondo sotto-compito è lo studio dettagliato del carattere attuale della stimolazione e dell'interazione organismo-ambiente che trasforma il meccanismo cognitivo innato in operazione. Questo è uno studio attualmente intrapreso da pochi psicologi, ed è particolarmente attivo proprio qui a Berkeley; ha già portato a conclusioni interessanti e suggestive. Si può sperare che un tale studio rivelerà una successione di stadi di maturazione che portino infine ad una grammatica generativa completa.

Un terzo compito è quello di determinare solo quello che ha importanza, in un'ipotesi sulla grammatica generativa di un linguaggio, per essere "compatibile" con i dati dei sensi. Notate che è una grande ipersemplificazione supporre che un bambino debba scoprire una grammatica generativa che giustifichi tutti i dati linguistici presentatigli e che "proietti" tali dati in un infinito campo di relazioni potenziali fra suono e significato. In aggiunta a questo obiettivo, il bambino deve anche differenziare i dati dei sensi in quelle articolazioni che danno una prova diretta del carattere della grammatica sottintesa, ed in altre che devono essere scartate da quelle ipotesi che lui ritiene malformate, devianti, frammentarie e così via. Chiaramente tutti hanno successo nel portare avanti questo compito di differenziazione - sappiamo tutti, entro un ragionevole limite di precisione, quali periodi sono ben formati e interpretabili letteralmente, e quali devono essere interpretati come metaforici, frammentari e devianti lungo le molte possibili dimensioni linguistiche. Dubito che si sia compreso appieno di quanto questo complichi il problema di giustificare l'acquisizione del linguaggio. Parlando chiaramente, chi apprende un linguaggio deve selezionare un'ipotesi sul linguaggio a cui viene esposto che scarti una buona parte dei dati su cui questa ipotesi deve basarsi. Ancora: è ragionevole supporre che questo sia possibile solo se il campo delle ipotesi sostenibili è abbastanza limitato - se lo schema innato della grammatica universale è altamente restrittivo. Il terzo sotto-compito, dunque, è studiare a cosa possiamo pensare come problema della "conferma" - in questo contesto, il problema di quale relazione deve essere considerata fra una grammatica potenziale ed un gruppo di dati, affinché tale grammatica sia confermata come la teoria attuale del linguaggio in questione.

Ho descritto il problema dell'acquisizione della conoscenza del linguaggio in termini più familiari ad un contesto epistemologico che psicologico, ma credo sia abbastanza appropriato. Parlando chiaramente, l'acquisizione della "conoscenza del senso comune" - conoscenza di un linguaggio, ad esempio - non è una costruzione teorica diversa dal tipo più astratto. Riflettendo sul futuro sviluppo dell'argomento, non mi sembra improbabile, per i motivi che ho citato, che la teoria dell'apprendimento progredirà stabilendo l'insieme insitamente determinato di possibili ipotesi, determinando le condizioni di interazione che portano la mente a creare ulteriori ipotesi da questo insieme e fissando le condizioni sotto cui la maggior parte dei dati viene scartata perché irrilevante (per un motivo o un altro).

Un siffatto modo di descrivere la situazione non dovrebbe sorprendere troppo quelli che hanno familiarità con la storia della psicologia a Berkeley, dove, dopotutto, Edward Tolman ha dato il suo nome all'edificio di psicologia. Ma voglio sottolineare che le ipotesi che sto discutendo sono qualitativamente differenti, per complessità e difficoltà, da ogni altra cosa presa in considerazione nelle discussioni classiche sull'apprendimento. Come ho sottolineato più volte, sembrano esserci poche analogie utili fra la teoria della grammatica che una persona ha interiorizzato e che fornisce la base per il suo uso normale e creativo del linguaggio ed ogni altro sistema cognitivo già isolato e descritto. Similarmente vi sono poche analogie utili fra lo schema della grammatica universale che, credo, dobbiamo assegnare alla mente come carattere innato, ed ogni altro sistema di organizzazione mentale. » possibile che la mancanza di analogie testimoni la nostra ignoranza degli altri aspetti della funzione mentale piuttosto che l'assoluta unicità della struttura linguistica. Ma il fatto è che, al momento, non abbiamo nessun motivo obiettivo di supporre che ciò sia vero.

Il modo in cui ho descritto l'acquisizione della conoscenza del linguaggio richiama alla mente una conferenza molto interessante (e piuttosto trascurata) tenuta da Charles Sanders Peirce più di 50 anni fa, in cui sviluppa alcune nozioni simili sull'acquisizione della conoscenza in generale. Peirce sostiene che i limiti generali dell'intelligenza umana sono molto più stretti di quanto suggerito dalle ipotesi romantiche sull'infinita perfettibilità dell'uomo (o, per quanto concerne l'argomento, piuttosto suggeritigli dalle sue concezioni "pragmatiste" sul corso del progresso scientifico, nei suoi studi filosofici meglio conosciuti). Egli sostiene che le limitazioni innate sulle ipotesi ammissibili sono una pre-condizione per una costruzione di una teoria che abbia successo, e che "l'istinto della congettura", che fornisce le ipotesi, fa uso di procedure induttive solo per "l'azione correttiva". Peirce afferma in questa conferenza che la storia della scienza antica dimostra che qualcosa di molto simile ad una teoria corretta fu scoperto con notevole facilità e rapidità, sulla base di dati altamente inadeguati, non appena venivano affrontati determinati problemi. Fa notare "come erano poche le congetture che gli uomini di grande genio dovevano fare prima di cogliere le giuste leggi di natura". E, si chiedeva, "Come mai l'uomo non era portato a considerare questa teoria come vera? Non si può dire che sia avvenuto per caso, poiché i casi sono troppo schiaccianti rispetto alla singola vera teoria, nei 20 o 30 mila anni in cui l'uomo è stato un animale pensante e senza che sia mai venuta in mente ad alcuno". A fortori i casi sono ancora più schiaccianti rispetto alla vera teoria di ogni linguaggio che sia mai venuta in mente ad un bambino di 4 anni. Continuando con Peirce: "La mente dell'uomo si adatta naturalmente ad immaginare teorie corrette di qualche tipo… se l'uomo non avesse il dono di una mente adattata alle sue esigenze, non avrebbe potuto acquisire alcuna conoscenza". Analogamente, nel nostro caso attuale, sembra che la conoscenza di una grammatica dei linguaggi può essere acquisita da un organismo che è "programmato" con una rigida restrizione nella forma della grammatica. Questa restrizione innata è una pre-condizione, in senso kantiano, per l'esperienza linguistica, e sembra essere il fattore critico per determinare il corso e il risultato dell'apprendimento del linguaggio. Il bambino alla nascita non può sapere quale linguaggio deve apprendere, ma deve sapere che la grammatica di tale linguaggio deve essere di una forma predeterminata, tale da escludere molti linguaggi immaginabili. Avendo selezionato un'ipotesi ammissibile, il bambino può usare la prova induttiva per l'azione correttiva, confermando o non confermando la sua scelta. Una volta che l'ipotesi è sufficientemente ben confermata, il bambino conosce il linguaggio definito da questa ipotesi; di conseguenza la sua conoscenza si estende molto al di là della sua esperienza e, infatti, ciò lo porta a qualificare molti dati dell'esperienza come difettivi e devianti.

Peirce considerava i processi induttivi piuttosto marginali nell'acquisizione della conoscenza. Per usare le sue parole, "L'induzione non ha originalità in sé, ma mette solo alla prova un'ipotesi già fatta". Per capire come viene acquisita la conoscenza nella visione razionalista delineata da Peirce, dobbiamo penetrare i misteri di ciò che egli chiama "adduzione", e dobbiamo scoprire quello che "da una regola all'adduzione, e pone così un limite alle ipotesi ammissibili". Peirce sostiene che la ricerca dei principi dell'adduzione ci conduce allo studio delle idee innate, che forniscono la struttura istintiva dell'intelligenza umana. Ma Peirce non era dualista in senso cartesiano: egli sostiene (a mio avviso in modo non persuasivo) che c'è una significativa analogia fra l'intelligenza umana, con le sue restrizioni adduttive, e l'istinto animale. Così egli ritiene che l'uomo ha scoperto alcune teorie vere solo perché i suoi "istinti devono aver coinvolto alcune tendenze a ragionare correttamente" su alcuni problemi specifici. Similmente, "non si può pensare seriamente che ogni pulcino che esce dall'uovo debba cercare fra tutte le possibili teorie finchè non ha l'idea giusta di beccare qualcosa e mangiarlo. Al contrario, si pensa che il pulcino abbia l'idea innata di far ciò, il che vuol dire che può pensare a questo, ma non ha la facoltà di pensare a nient'altro. Ma se riflettete su fatto che ogni povero pulcino è dotato di un'innata tendenza verso una verità positiva, perché dovreste pensare che solo all'uomo è negato questo dono?"

Nessuno raccolse la sfida di Peirce di sviluppare una teoria dell'adduzione, di determinare quei principi che limitano le ipotesi ammissibili o presentarli in un certo ordine. Anche oggi questo rimane un compito per il futuro. » un compito che non deve essere trascurato, se la dottrina psicologica empiricista può essere convalidata. Perciò è di grande importanza sottoporre questa dottrina all'analisi razionale, come è stato fatto in parte nello studio del linguaggio. Vorrei ripetere che è stato il grande merito della linguistica strutturale, come della teoria dell'apprendimento di Hullian nei suoi primi stadi e di molti altri moderni sviluppi, l'aver dato una forma precisa alle ipotesi empiriciste. Dove si è compiuto questo passo, è stata dichiaratamente dimostrata l'inadeguatezza dei meccanismi postulati e, almeno nel caso del linguaggio, possiamo anche vedere per quale motivo tutti questi metodi devono fallire - per esempio perché non possono, di principio, fornire le proprietà delle strutture profonde e le operazioni astratte della grammatica formale. Riflettendo sul futuro, credo che non sia improbabile che il carattere dogmatico della struttura generale empiricista e la sua inadeguatezza verso l'intelligenza umana ed animale diverranno gradualmente più evidenti ( realizzazioni specifiche come la linguistica tassonomica, la teoria dell'apprendimento comportamentalista, i modelli percettivi, i metodi euristici, i "risolutori di problemi generali" dei primi sostenitori dell'"intelligenza artificiale", che verranno successivamente scartati per motivi empirici quando saranno resi precisi e per motivi di vacuità quando saranno ritenuti vaghi). E - presupponendo che questa previsione sia precisa - sarà possibile quindi tralasciare uno studio generale dei limiti e delle capacità dell'intelligenza umana per sviluppare una logica peirceana dell'adduzione.

La moderna psicologia non è priva di iniziative di tal genere. Lo studio coevo della grammatica generativa, della sua sottostruttura universale e dei principi che la governano è parte di questa tendenza. Strettamente correlato è lo studio delle basi biologiche del linguaggio umano, un'indagine a cui Eric Lenneberg ha dato sostanziali contributi. Si cerca di vedere uno sviluppo parallelo nell'importante opera di Piaget e di altri interessati alla "epistemologia genetica", ma non sono sicuro che sia accurato. Non mi è chiaro, ad esempio, cosa Piaget ritenga che sia la base per il passaggio da uno degli stadi di cui discute allo stadio successivo, quello superiore. C'è, inoltre, una possibilità (suggerita dalla recente opera di Mehler e Bever) che i ben noti risultati sulla conservazione, in particolare, possano non dimostrare successivi stadi di sviluppo intellettuale nel senso discusso da Piaget e dai suoi collaboratori, ma piuttosto qualcosa di differente. Se i risultati primari di Mehler e Bever sono corretti, ne consegue allora che lo "stadio finale", nella conservazione in cui è propriamente inteso, è già stato realizzato in un periodo molto anteriore. In seguito il bambino sviluppa una tecnica euristica che è largamente adeguata, ma che fallisce nelle condizioni dell'esperimento di conservazione. Ancora dopo, il bambino perfeziona con successo questa tecnica e ancora una volta esprime i corretti giudizi nell'esperimento di conservazione. Se questa analisi è corretta, allora quello che osserviamo non è una successione di stadi di sviluppo intellettuale, nel senso di Piaget, ma piuttosto un lento progresso nel portare le tecniche di euristica in linea con i concetti generali che sono sempre stati presenti. Queste sono alternative interessanti; in ogni modo i risultati possono riguardare in modo importante gli argomenti che stiamo considerando.

Ancora più chiari sull'argomento, credo, sono gli sviluppi nell'etologia comparativa degli ultimi 30 anni, e l'opera coeva nella psicologia sperimentale e fisiologica. Si possono citare molti esempi: nell'ultima categoria citata, ad esempio, l'opera di Bower, che suggerisce una base innata per la costanza percettiva; gli studi sui primati dei laboratori del Wisconsin sui complessi meccanismi innati nelle scimmie reso; l'opera di Hubel, Barlow e di altri sui meccanismi di analisi altamente specifici nei centri corticali inferiori dei mammiferi; e un numero di studi analogo degli organismi inferiori (per esempio il bellissimo lavoro di Lettvin e dei suoi colleghi sulla vista della rana). Da tali indagini risulta con buona evidenza che la percezione della linea, dell'angolo, del moto e di altre proprietà complesse del mondo fisico è basata sull'organizzazione innata del sistema neurale.

Almeno in alcuni casi, queste strutture connaturate degenereranno a meno che non abbia luogo un'adeguata stimolazione nel primo stadio della vita. Ma sebbene una tale esperienza sia necessaria per permettere ai meccanismi innati di funzionare, non vi è motivo di credere che abbia un effetto marginale nel determinare come essi agiscono per organizzare l'esperienza. Inoltre non vi è nulla che suggerisca che quello che è stato scoperto si avvicini al confine della complessità delle strutture innate. Le tecniche base per esplorare i meccanismi neurali hanno solo pochi anni, ed è impossibile predire quale ordine di specificità e complessità sarà dimostrato quando tali tecniche verranno applicate in modo esteso. Per il presente sembra che gli organismi più complessi hanno forme altamente specifiche di organizzazione sensoriale e percettiva, che sono associate con l'Umwelt ed il modo di vita dell'organismo. Ci sono pochi motivi per dubitare che ciò che è vero per gli organismi inferiori sia vero anche per gli esseri umani. Particolarmente nel caso del linguaggio, è naturale aspettarsi una stretta relazione fra le proprietà innate della mente e le caratteristiche della struttura linguistica, poiché il linguaggio, dopotutto, non ha esistenza al di fuori della sua rappresentazione mentale. Qualunque proprietà esso abbia, devono essere quelle che gli sono date dai processi mentali innati dell'organismo che le ha inventate e che le reinventa di nuovo ad ogni successiva generazione, insieme con ogni proprietà associata alle condizioni del suo uso. Ancora una volta sembra che il linguaggio debba essere, per questo motivo, una prova illuminante con cui esplorare l'organizzazione dei processi mentali.

Volgendoci all'etologia comparativa, è interessante notare che una delle sue prime motivazioni fu la speranza che, attraverso l'"indagine dell'a priori, delle ipotesi innate in uso presenti negli organismi subumani", sarebbe stato possibile fare luce sulle forme a priori del pensiero umano. Questa dichiarazione di intenti viene da un vecchio e poco conosciuto articolo di Konrad Lorenz. Lorenz continua ad esprimere idee molto simili a quelle espresse da Peirce una generazione prima. Egli argomenta:

Chi è familiare con i modi innati di reazione degli organismi subumani può subito ipotizzare che l'a priori è dovuto alle differenziazioni ereditarie del sistema nervoso centrale che sono divenute caratteristiche della specie, producendo disposizioni ereditarie a pensare in determinate forme... Certamente Hume sbagliava quando voleva far derivare tutto ciò che è a priori da quello che i sensi forniscono all'esperienza, così come sbagliavano Wundt e Helmholtz che lo spiegavano semplicemente come un'astrazione da una precedente esperienza. L'adattamento dell'a priori al mondo reale non è stato originato dall'"esperienza", non più che la pinna del pesce dalle proprietà dell'acqua, ma solo nel modo in cui la forma della pinna è data a priori, ovvero precedente ad ogni negoziazione individuale del giovane pesce con l'acqua, ed è solo così che questa forma rende possibile questa negoziazione (così è anche il caso delle nostre forme di percezione e delle categorie nel loro rapporto con la nostra negoziazione col mondo reale esterno attraverso l'esperienza).Nel caso degli animali, troviamo limitazioni specifiche alle forme di esperienza possibili per loro. Crediamo di poter dimostrare la relazione più strettamente funzionale (e probabilmente genetica) fra l'a priori degli animali e l'a priori dell'uomo. Contrariamente a Hume, crediamo, come Kant, che una "pura" scienza delle forme innate del pensiero umano, indipendente da ogni esperienza, sia possibile.

Peirce, a mio avviso, è originale e unico nell'evidenziare il problema dello studio delle regole che limitano la classe delle possibili teorie. Naturalmente il suo concetto di adduzione, come l'a priori biologico di Lorenz, ha un sapore fortemente kantiano, e deriva interamente dalla psicologia razionalista che si preoccupava delle forme, dei limiti e dei principi che forniscono "le energie e le connessioni" al pensiero umano, le quali sottintendono "quest'infinita quantità di conoscenza di cui non siamo sempre consci", di cui parla Leibnitz. » dunque naturale che dovremmo collegare questi sviluppi alla rinascita della grammatica filosofica, che è cresciuta dal medesimo terreno come tentativo, abbastanza fruttuoso e legittimo, di esplorare un aspetto fondamentale dell'intelligenza umana.

Nella discussione recente, i modelli e le osservazioni derivate dall'etologia sono stati frequentemente citati per fornire supporto biologico, o almeno analogo, ai nuovi approcci allo studio dell'intelligenza umana. Cito queste note di Lorenz soprattutto per mostrare che questo riferimento non distorce la visione di insieme di alcuni dei fondatori di questo dominio della psicologia comparativa.

» necessario usare parole prudenti riferendoci a Lorenz, ora che è stato scoperto da Robert Ardrey e Joseph Alsop e volgarizzato come profeta di sventura. Mi sembra che la visione di Lorenz sull'aggressività umana sia stata portata all'assurdo da qualcuno dei suoi commentatori. Non c'è dubbio che vi siano tendenze innate nella costituzione psichica umana che portino all'aggressività sotto specifiche condizioni sociali e culturali. Ma vi sono scarsi motivi per supporre che queste tendenze siano così dominanti da la lasciarci per sempre sospesi sull'orlo di un hobbesiana guerra di tutti contro tutti (di cui, incidentalmente, Lorenz è pienamente consapevole, se ho letto correttamente). Lo scetticismo è certamente normale quando una dottrina della "congenita aggressività" umana viene alla luce in una società che esalta la competitività, in una civiltà che si è distinta per la brutalità degli attacchi che ha condotto contro i popoli meno fortunati. » facile chiedersi in che misura l'entusiasmo per questa singolare visione della natura dell'uomo sia attribuibile al fatto e alla logica e in che misura rifletta solo il progresso limitato a cui il livello culturale generale è giunto dai giorni in cui Clive e gli esploratori portoghesi insegnarono il significato della vera barbarie alle razze inferiori che incontravano sul loro cammino.

In ogni caso non vorrei che quello che sto dicendo sia confuso con altri tentativi (completamente differenti) di far rivivere una teoria dell'istinto umano. Quello che mi sembra importante nell'etologia è il suo tentativo di esplorare le proprietà innate che determinano il modo con cui viene acquisita la conoscenza e il carattere di questa conoscenza. Ritornando a questo tema, dobbiamo considerare un'ulteriore domanda: come è giunta la mente umana ad acquisire la struttura innata che siamo portati ad attribuirgli? Non troppo sorprendentemente, Lorenz sostiene che questo è un semplice problema di selezione naturale. Pierce offre una speculazione piuttosto diversa, sostenendo che "la natura feconda la mente dell'uomo con idee che, quando cresceranno, somiglieranno al loro padre, la Natura". L'uomo è "provvisto di certe credenze naturali che sono vere" perché "certe uniformità ... prevalgono nell'universo, e la mente razionale è anch'essa un prodotto di questo universo. Queste stesse leggi sono così incorporate, per necessità logica, nell'essere dell'uomo". Qui sembra chiaro che l'argomento di Pierce è completamente senza forza, e che non offre un miglioramento rispetto alla teoria dell'armonia prestabilita che voleva presumibilmente rimpiazzare. Il fatto che la mente sia un prodotto delle leggi naturali non implica che sia preparata a comprendere queste leggi o a giungervi per "adduzione". Non sarebbe difficile progettare un dispositivo (programmare un computer) che sia un prodotto della legge naturale ma che, avuti i dati, arriverà ad una qualunque assurda teoria arbitraria per "spiegare" questi dati.

Infatti i processi con cui la mente umana ha raggiunto il suo stadio presente di complessità e la sua particolare forma di organizzazione innata sono un totale mistero, come le analoghe questioni sull'organizzazione fisica e mentale di ogni altro organismo complesso. » cosa perfettamente sicura attribuire questo sviluppo alla "selezione naturale", purchè ci rendiamo conto che non vi è fondamento per questa asserzione, il che equivale a nulla più di una credenza su una qualche spiegazione naturalistica di questi fenomeni. Il problema di giustificare lo sviluppo evolutivo è in qualche modo piuttosto quello di spiegare con successo l'adduzione. Le leggi che determinano la possibile mutazione riuscita e la natura degli organismi complessi sono sconosciute come le leggi che determinano la scelta delle ipotesi. Senza la conoscenza delle leggi che determinano l'organizzazione e la struttura dei sistemi biologici complessi, è senza senso chiedersi quale "probabilità" abbia la mente umana di aver raggiunto il suo stato presente, come è inutile esaminare la "probabilità" che una particolare teoria fisica sarà concepita. Ed è inutile, come abbiamo notato, speculare sulle leggi dell'apprendimento finchè non abbiamo qualche indicazione su quale tipo di conoscenza sia raggiungibile - nel caso del linguaggio, un'indicazione dei limiti nell'insieme delle potenziali grammatiche.

Nello studio dell'evoluzione della mente, non possiamo dire fino a che punto vi siano fisicamente possibili alternative alla grammatica generativa trasformazionale per un organismo che incontra condizioni fisiche caratteristiche degli esseri umani. Comprendiamo che non ve n'è alcuna - o molto poche, nel caso in cui il discorso sull'evoluzione della capacità del linguaggio non è pertinente. La vacuità di una tale speculazione, tuttavia, non ha alcuna relazione (in un modo o nell'altro) con questi aspetti del problema della mente che possono essere portati avanti. Mi sembra che questi aspetti, al momento, siano i problemi illustrati, nel caso del linguaggio, dallo studio della natura, dell'uso e dell'acquisizione della competenza linguistica.

C'è un problema finale che merita un commento. Ho usato la terminologia mentalistica abbastanza liberamente, ma senza pregiudizi, come per la questione di cosa può essere la realizzazione fisica dei meccanismi astratti postulati per giustificare i fenomeni del comportamento o dell'acquisizione della conoscenza. Non siamo obbligati, come lo era Descartes, a postulare una seconda sostanza quando ci occupiamo di fenomeni che non sono esprimibili in termini di materia in moto. E neppure vedo lo scopo di portare avanti la questione del parallelismo psicofisico in questo caso. » una questione interessante chiedersi se il funzionamento e l'evoluzione della mentalità umana si possono conciliare all'interno della struttura della spiegazione fisica, come si crede oggi, o se vi siano nuovi principi, ora sconosciuti, che devono essere invocati, forse principi che emergono solo a livelli più alti di organizzazione, che ora si possono affidare all'analisi fisica. Tuttavia possiamo essere abbastanza certi che ci sarà una spiegazione fisica per i fenomeni in questione, se si possono spiegare del tutto, per un motivo terminologico non rilevante, ovvero che il concetto di "spiegazione fisica" sarà senza dubbio esteso fino ad incorporare tutto ciò che viene scoperto in questo dominio, esattamente come fu esteso per rendere compatibili la forza gravitazionale e quella elettromagnetica, le particelle senza massa e le numerose altre entità e processi che avrebbero offeso il senso comune delle vecchie generazioni. Ma sembra chiaro che questo problema non ha bisogno di ritardare lo studio degli argomenti che ora sono aperti all'indagine, e sembra futile speculare su questioni così lontane dal presente discernimento.

Ho cercato di suggerire che lo studio del linguaggio, come si è tradizionalmente ritenuto, può fornire assai bene una vantaggiosa prospettiva per lo studio dei processi mentali umani. L'aspetto creativo dell'uso del linguaggio, quando viene analizzato con cura e rispetto dei fatti, dimostra che le attuali nozioni di abitudine e generalizzazione sono inadeguate come determinanti per il comportamento o per la conoscenza. L'astrattezza della struttura linguistica rinforza questa conclusione, e suggerisce inoltre che sia nella percezione che nell'apprendimento la mente gioca un ruolo attivo nel determinare il carattere della conoscenza acquisita. Lo studio empirico degli universali linguistici ha portato alla formulazione di ipotesi, credo, altamente restrittive e abbastanza plausibili sulla possibile varietà dei linguaggi umani, ipotesi che contribuiscono al tentativo di sviluppare una teoria dell'acquisizione della conoscenza che dia lo spazio dovuto alla attività mentale intrinseca. Mi sembra, dunque, che lo studio del linguaggio dovrebbe occupare un posto centrale nella psicologia generale.

Certamente le questioni classiche del linguaggio e della mente non ricevono una soluzione finale, e neanche una proposta per una soluzione finale, dai lavori che sono stati perseguiti oggi. Tuttavia questi problemi possono essere formulati in nuovi modi e visti in una nuova luce. Per la prima volta da molti anni mi sembra che vi sia un'opportunità reale per un sostanziale progresso nello studio dei contributi della mente alla percezione e alla base innata per l'acquisizione della conoscenza. Per molti aspetti non abbiamo ancora fatto il primo approccio verso una risposta reale ai problemi classici. Per esempio i problemi centrali relativi all'aspetto creativo dell'uso del linguaggio restano inaccessibili come sempre. E lo studio della semantica universale, sicuramente cruciale per l'analisi completa della struttura del linguaggio, ha fatto pochi progressi dal periodo medievale. Molte altre aree critiche possono essere citate, ove il progresso è stato lento o inesistente. Un reale progresso si è avuto nello studio dei meccanismi del linguaggio, i principi formali che rendono possibile l'aspetto creativo dell'uso del linguaggio e che determinano la forma fonetica e il contenuto semantico delle articolazioni. La nostra comprensione di questi meccanismi, sebbene solo frammentaria, mi sembra che abbia implicazioni reali per lo studio della psicologia umana. Seguendo i tipi di ricerca che sembrano ora fattibili e focalizzando l'attenzione su quei problemi che sono ora accessibili allo studio, possiamo essere in grado di decifrare in dettaglio le elaborate e astratte computazioni che determinano in parte la natura degli oggetti percepiti e il carattere della conoscenza che possiamo acquisire, nei modi altamente specifici di interpretare i fenomeni che sono, in larga misura, oltre la nostra consapevolezza e controllo, e che possono essere unici per l'uomo.